"è assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla TV"
Woody Allen

Il cinema non è un mestiere. È un'arte. Non significa lavoro di gruppo. Si è sempre soli; sul set così come prima la pagina bianca. E per Bergman, essere solo significa porsi delle domande. E fare film significa risponder loro. Niente potrebbe essere più classicamente romantico.
Jean-Luc Godard

Thursday, November 29, 2012

Arancia Meccanica

Stanley Kubrick realizzò Arancia Meccanica nel 1971 dopo aver letto e apprezzato (tanto da comprarne i diritti) l'omonimo libro di Anthony Burgess del 1962. Come il film nemmeno il libro venne apprezzato date le efferate violenze descritte dal protagonista-narratore, il giovane Alex (a-lex dal latino "senza legge"). 


Malcom McDowell e Stanley Kubrick
La critica si concentrò sull'analisi dei contenuti brutali più che sul vero messaggio su cui lo stesso autore più volte poneva l'accento parlando della sua opera: uno Stato che si arroga di manipolare la scelta fra bene e male non è forse un male peggiore del male che può commettere il singolo, dotato di libero arbitrio?
Questo sarà il fulcro attorno al quale ruoterà la messa in scena di Kubrick sulle vicende di Alex e dei suoi Drughi ("amico" in russo). 

La violenza diverrà la vera protagonista senza tempo in un'ambientazione quasi futurista: gli interni del Korova Milk Bar, della casa di Alex o di quella dello scrittore Alexander sono asettici, ispirati alla pop art e al suo precedente capolavoro 2001: Odissea nello spazio. In quest'ottica atemporale non pare difficile considerare Arancia Meccanica e il tema della violenza gratuita come un
problema che accomuna l'uomo in tutte le sue epoche, anticipando addirittura l'uso che si farà di questa in futuro, contribuendo così all'appellativo di visionario che verrà meritatamente assegnato a Kubick. Già, perché in questo si potrebbe parlare di due violenze ben definite: quella primitiva e istintiva di Alex e quella subdola e ipocrita dello Stato. 
Il regista paragona il personaggio di Alex a quello storico di Riccardo III per il represso lato selvaggio tipico dell'essere umano; secondo questa prospettiva pessimistica nemmeno l'arte e la cultura sono sinonimi di integrità umana, nonostante l'uomo ne faccia continuo uso. Come afferma lo stesso Kubrick, i Drughi e i nazisti sono due immagini speculari della stessa medaglia, ossia entrambi amano la musica, nella fattispecie Alex adora Beethoven (il "dolcissimo Ludovico van" come lo definisce egli stesso) e Rossini, eppure questo non li eleva ad uno stadio migliore di quello degli esseri immondi. 

Alex usa violenza per ammazzare il tempo, come gioco, spinto dal puro istinto al quale non segue rielaborazione razionale. Nelle scene più cruenti, dallo stupro alle botte anche tra Drughi, vengono utilizzate in sottofondo alcune opere di Beethoven e Rossini quasi a voler sdrammatizzare e ironizzare gli atti di Alex, in una sorta di tentativo di denaturazione degli stessi, proprio per allinearli e farci allineare alla prospettiva del drugo. Stessa funzione svolge la voce fuori campo di Alex, gentile ed educato nel rivolgersi al suo pubblico, definendosi come "il vostro amatissimo": è un espediente creato appositamente per destare l'identificazione inconscia del pubblico, che partecipa alle sue poco nobili esperienze, con le violenze del ragazzo. E ancora il linguaggio parlato dai Drughi, tra l'arcaico e il forbito, tende a destabilizzare lo spettatore che si ritrova a provare allo stesso tempo odio e compassione per il protagonista, incapace di un giudizio definitivo proprio per il binomio contrastante che anima i ragazzi, cioè cultura e violenza.
L'elemento erotico e grottesco sparso qua e là in più occasioni arricchisce il genere cinematografico di cui si fa portatore Arancia Meccanica e amplia gli ambiti di indagine del fenomeno della violenza. Lo stupro della moglie dello scrittore, le frequenti immagini di nudo (il rapporto a tre tra Alex e due ragazze) e le scene dal chiaro significato erotico
(quella del serpente di Alex che striscia vicino al quadro di nudo femminile appeso in camera o la scultura con cui Alex ucciderà la signora con la casa piena di gatti) 
rappresentano la denuncia di Kubrick verso i mass-media che avevano favorito la crescente mercificazione del corpo della donna iniziata negli anni '70 e continuata fino ad oggi. 

Questa appena descritta potrebbe rappresentare la prima parte dell'intero film, quella in cui la violenza impetuosa del giovanissimo Alex, che in teoria starebbe ancora frequentando la scuola, lascia spazio solo alla costernazione e alla paura.
Nella seconda parte del film si parla, appunto, di violenza dello Stato. Alex, finito in carcere, riesce a farsi sottoporre ad un nuovo tipo di cura sperimentale chiamata cura Ludovico. Essa consiste per lo più nella visione costrittiva (con metodi poco ortodossi) di filmati violenti per tante ore al giorno; tra questi filmati uno in particolare tratta di Hitler e della Germania nazista e ha come sottofondo musicale la nona Sinfonia di Beethoven. Alex, a quel punto, si sente impazzire, non può sopportare la bellezza del suono del dolcissimo Ludovico van abbinata alle crude immagini proiettate. 
Proprio questo è l'inizio dell'effetto positivo della cura: Alex guarisce, non riesce più ad assistere nè ad usare violenza contro qualcuno. Diventa docile, vulnerabile, incapace di difendersi. 
Ed è questo il punto cruciale che detiene il significato dell'intero film: è immorale togliere ad un uomo la libertà e il libero arbitrio trasformandolo in un'arancia meccanica, in un oggetto senza volere nè potere, privandolo della sua natura violenta, prerogativa di tutti gli uomini? Il male adottato dallo Stato per sanare il crimine è peggiore del male commesso da Alex? Fino a che punto lo Stato può intervenire attuando radicali cambiamenti nella natura umana? 
Alex tornerà a casa, ma sarà rifiutato dai genitori e per la legge del contrappasso subirà tutte le ingiurie da parte di chi  era stato costretto a subire le sue. Nessuna pietà, nemmeno da parte dei Drughi, ormai diventati poliziotti, che quasi lo faranno morire annegato.  
Non c'è più posto per Alex, la stessa società lo denigra come un branco di animali feroci fa con l'esemplare più debole. 
La storia di Alex è una discesa verso gli inferi, è una storia analoga a quella di Pinocchio, abbandonato dal grillo e dalla fata Turchina.
Tenterà il suicidio fino a quando, in un letto d'ospedale, i genitori si rendono conto del fatto che forse avrebbero dovuto seguire meglio loro figlio e il Ministro degli Interni fa una visita di cortesia ad Alex, facendo tante promesse sulla sua futura riabilitazione (che mai avverrà; era solo un buon proposito utilizzato come propaganda per le nuove elezioni politiche). Alex è stato usato e poi gettato via senza nessun rimpianto; anche lui è stato vittima di violenza subdola e velata sotto il falso nome di "solidarietà". 
Ora, tuttavia, la si illude di condurre finalmente una vita migliore accompagnata dall'amato sottofondo musicale di Beethoven che gli evoca scene di divertimenti e baldorie: gliel'hanno promesso!

Friday, November 16, 2012




L'uomo che non c'era



Joel ed Ethan Coen mettono a disposizione di questa sceneggiatura premiata a Cannes e dal David di Donatello nel 2001 una fantastica fotografia in bianco e nero.
Ed Crane (Billy Bob Thornton) è un aiuto barbiere, lavora nel negozio di suo cognato ed è un uomo senza troppe pretese; la sua voce fuori campo ci accompagna fino alla fine per tutta la durata della vicenda, forse nascondendo la sua rassegnazione e la sua accidia dietro il velo di calma e pacatezza apparenti. 
Certo è che il personaggio di Ed è delineato così bene in tutti i suoi particolari che sembra a tratti quasi sfuggente, a tratti un essere umano a metà, con qualcosa di incompiuto e non detto rievocato dai suoi silenzi. 
L'uomo che non c'era è la storia della vita di un uomo qualunque, considerato mediocre, travolto dagli eventi del destino, incapace di sottrarsi e di lottare contro di essi. 
Il montaggio e il modo in cui sono girate le scene contribuiscono a dare quel senso di frammentazione proprio della vita del protagonista, in cui ogni evento sembra un pezzo di puzzle a sè stante al quale deve essere ancora dato un senso per potere avere una visione completa del disegno finale; solo il flusso di coscienza dato dalla voce fuori campo di Ed riesce a creare un filo di collegamento alla vacuità dei vari pezzi della sua esistenza.
Ciò è evidente nelle scene in cui Ed, guardando la moglie dormire, si accorge di quanto poco la conosca poi, allo squillo del telefono,  interrompe il flusso dei suoi pensieri per rispondere e recarsi a grande magazzino di Big Dave (James Gandolfini), l'amante della moglie che lui aveva precedentemente ricattato in forma anonima per estorcergli diecimila dollari per finanziare un progetto che si dimostrerà fasullo. In quest'occasione, dopo una colluttazione dovuta alla scoperta di Big Dave delle azioni di Ed, quest'ultimo lo uccide, ritorna a casa e riprende i suoi pensieri sulla moglie da dove li aveva interrotti.
La vita di Ed assumerà una svolta ancora più drammatica quando sua moglie verrà accusata dell'omicidio dell'amante finendo poi per suicidarsi; a quel punto il marito si accorgerà di non essere riuscito a mettere al proprio posto anche questo frammento della sua vita, perciò deciderà di spendere tutte le sue speranze e le sue forze nella realizzazione del sogno della figlia pianista (Scarlett Johansson) del suo amico. 
Tuttavia il suo puro altruismo non lo ricompenserà perchè d'un tratto verrà arrestato per un omicidio mai commesso. 
Non c'è più posto nel mondo per un barbiere come Ed: è un uomo che non c'è su cui l'attenzione delle persone non si sofferma, basti pensare alla scena in cui l'avvocato difensore della moglie non crede alla verità sull'omicidio di Big Dave che Ed gli sta ponendo su un piatto d'argento. è rimasto nell'ombra quando ha ucciso, rimane nell'ombra quando decide di seguire la strada dell'altruismo. 
è un personaggio incompreso che però non fa un dramma della sua natura: quando verrà condannato alla sedia elettrica, egli dirà sinceramente , senza note di orgoglio o falsa determinazione nella voce, di non rimpiangere nulla di ciò che ha fatto. 
Importante e costante metafora della frammentarietà della vita sono i capelli tagliati: Ed si chiede che cosa li faccia crescere dopo un breve periodo anche dopo la morte, se sia giusto reciderli dato che fanno parte di noi. In seguito assocerà i capelli agli esseri umani, alla vita nell'aldilà che lui stesso dovrà varcare.
Le sue ultime parole sulla sua vicenda scritta dal carcere per una rivista gli permetteranno, infine, di cogliere la visione d'insieme della sua vita e il fatto che la verità più la si guarda  e la si ha sotto gli occhi, più ce ne si discosta, come aveva affermato l'avvocato cadendo egli stesso vittima, però, della sua stessa teoria.
























Sunday, November 4, 2012

Io e te


Standing ovation al Festival di Cannes 2012: Io e te di Bernardo Bertolucci ha conquistato il grande pubblico per la dolce irruenza con cui i due giovani protagonisti, fratellastri, Lorenzo e Olivia, si scontrano e si incontrano nel buio di una cantina. 
Sì, perchè Lorenzo ha detto ai genitori che avrebbe trascorso una settimana bianca con i suoi compagni di scuola, evento più unico che raro dal momento che il ragazzo quattordicenne è asociale ed egocentrico; in realtà ha già organizzato tutto per rendere il suo soggiorno in cantina il più confortevole possibile. Un po' di musica, un libro horror sui vampiri, il suo pc e un formicaio: non serve nient'altro oltre al silenzio e al buio che lo isolano dal mondo circostante. D'altronde i suoi atteggiamenti nei confronti degli altri sono scostanti; nemmeno la madre riesce a cogliere la sottigliezza delle domande del figlio, non riesce nemmeno a controllare la sua aggressività, a temperare il suo desiderio di solitudine. 


Tra Lorenzo e i suoi compagni di scuola c'è un muro fatto di musica che la voce non riesce a penetrare e subito la normalità dello scorrere dei giorni crea un solco invalicabile che divide il ragazzo dal resto del mondo. 
Per Lorenzo, che tutte le settimane va da uno psicologo, normale significa nulla. 
Olivia è la sorellastra venticinquenne di Lorenzo. Irrompe per caso nella sua cantina, in una maniera resa aggressiva dal costante utilizzo di droghe pesanti: la diffidenza, lo sguardo allucinato iniziale e la mancanza di coscienza la ritraggono come l'opposto del fratello, nè in positivo nè in negativo. 
Sono due poli di una stessa gioventù disagiata, il cui comune denominatore è la rabbia accresciuta da diverse motivazioni. 
La cantina viene a rappresentare, così, una specie di isola inaccessibile, un mondo parallelo in cui non ci sono distinzioni, in cui si è uguali e si lotta per e contro se stessi allo stesso tempo, dove non si è mai soli. Paradossale è il fatto che il mondo di Olivia e Lorenzo, un universo di reietti dalla società, diventi  un mondo solidale nella sofferenza: la solitudine dell'uno e la disintossicazione da droghe dell'altra. 



Pare che lo spazio della cantina sia più vero e genuino del mondo esterno, con cui nessuno dei due ha più molto contatto durante la settimana. Il regista, infatti, ci pone di fronte ad un distacco netto tra l'interno e l'esterno: la cantina funge da incubatrice per i due giovani protagonisti, da luogo protettivo, da luogo di ritrovo, da vero focolare famigliare, contrapposto all'appartamento in cui i ragazzi irrompono come due ladri solo per procurarsi del cibo. 


Lo spazio esterno sembra immenso al confronto e forse un po' caotico, lo dichiara il regista con l'ampia inquadratura aerea finale, elevandosi sulle teste dei due protagonisti, cosa mai avvenuta durante il film, in cui le riprese erano sempre ad altezza uomo, se non più basse (questo perchè il regista ormai da anni è costretto a spostarsi in carrozzella).

C'è molta individualità nella regia intimista di Bertolucci: il dramma dei singoli personaggi è vissuto nel privato dei loro pensieri, viene condiviso talvolta tra i due ragazzi, ma mai con il pubblico, che osserva incapace di giudizi o pregiudizi, portato solo a commuoversi per questa gioventù bruciata del ventunesimo secolo. 
La speranza di un cambiamento aleggia tra le parole e le promesse dei due fratelli, ma tutto sembra molto fragile perchè fragili sono le vite di Olivia e Lorenzo, i loro pensieri, i loro sogni, le loro decisioni perchè, d'altronde, quando si è giovani si vogliono raggiungere tanti traguardi e nei modi più originali possibili, per sapere di essere davvero unici. In realtà tutto può cambiare da un momento all'altro, tutto è sottile e il confine tra un eccesso e l'altro è facile da superare. 


C'è molto di non detto tra Olivia e Lorenzo, molto che ancora entrambi devono scoprire di loro stessi; il silenzio, gli sguardi e i gesti sono il linguaggio dei giovani e perciò a prima vista potrebbe sembrare che manchi qualcosa in Io e te, eppure tutto sembra al posto giusto. 
I sentimenti umani crescono e sfioriscono silenziosamente, soprattutto nel mondo giovanile, perciò il regista ha saputo dare l'accento e il sapore giusto alla tipica incertezza che caratterizza questa età così turbolenta. 
I personaggi sono loro stessi e non se ne preoccupano davanti al pubblico, si barcamenano da un eccesso all'altro con la tipica naturalezza di chi non ha trovato ancora il proprio posto nella vita, e la musica conferisce un senso di originalità a tutto questo; basti pensare alla magistrale e commovente scena girata sulle note di Space Oddity di David Bowie trasposta in italiano con il titolo Ragazzo solo, ragazza sola. 
In questo momento densamente carico di amore fraterno il regista raggiunge l'apice dell'espressività artistica coinvolgendola nell'efficace raffigurazione della potenza di un linguaggio alternativo, cioè quello della musica, che racchiude in sè il fulcro fondamentale di tutto il film, ovvero la capacità di sfruttare il "non detto" al punto da farne la forza di una nuova comunicazione di intesa che va oltre i dialoghi e i monologhi sforzati ed innaturali.
Insomma, l'atmosfera è quella giusta, è quella realistica, niente drammi od orpelli, solo immagini essenziali, semplici, proprio come potrebbero essere viste dalla prospettiva di un ragazzo. 


Diffidenza, amicizia, amore e poi il vuoto, due vite ancora da scrivere, tutto ancora da stabilire: il regista non ci illude con false speranze, d'altronde la vita è dei due protagonisti, decideranno loro cosa fare, lui assiste soltanto. Assistiamo anche noi e resteremo sempre nel dubbio su come andrà il futuro: forse è proprio l'incertezza finale, il fatto che Lorenzo sia all'oscuro della decisione di Olivia di continuare a drogarsi, il fatto che noi stessi, come spettatori, ci sentiamo impotenti nel cambiare il corso degli eventi a favore dei due ragazzi che ormai hanno conquistato il nostro cuore, forse è proprio tutto ciò a lasciarci con il desiderio di sapere qualcosa di più, con la convinzione che forse c'è qualcosa ancora da dire, che Lorenzo deve per forza cambiare per il suo bene, che Olivia deve fare altrettanto per lo stesso motivo ...
In realtà è una questione di punti di vista, come spiega Olivia al fratello: non bisogna rinchiudersi nel proprio mondo senza fare nulla per mettersi in gioco. Al contrario è importante che ognuno dia il proprio contributo, che ognuno esprima i propri punti di vista per rendere il mondo così diversificato qual è, altrimenti sarebbe come un muro bianco e nè io nè te esisteremmo.


























Thursday, October 4, 2012

REALITY


Accompagnato dalla colonna sonora d'atmosfera firmata Alexandre Desplat, Matteo Garrone dà vita ad una seconda realtà dopo quella mafiosa di Gomorra, altrettanto cruda e amara, sebbene intrisa di sogni e ingenuità: Reality. 
Con sguardo lucido e distaccato, da vero neo-realista, il regista lascia completa voce e spazio ai pensieri e alle speranze di una famiglia media del Meridione, la tipica famiglia su cui punta il mondo dei media e del marketing, su cui fanno presa i target televisivi, il mondo patinato degli show televisivi, le pubblicità, il consumismo di massa ... e anche il Grande Fratello, reality show di moda, di fama, di soldi.
Questa cultura dell'apparire è ormai così inconsciamente radicata nella famiglia di Luciano, il protagonista pescivendolo di professione, che, per riscattarsi dalla povertà morale, fa ricorso all'ostentazione di una sfarzosità pacchiana e innaturale già nell'abbigliamento in occasione di un matrimonio. 


A questo proposito è emblematico il ritorno a casa dalla festa dove ognuno nella propria stanza dall'intonaco scrostato è ripreso mentre si spoglia di quegli abiti di plastica luccicanti, ritornando alle comuni lamentele sui propri acciacchi, sulle scale di casa troppo ripide, sul cibo, in un rituale che sa molto di maschere pirandelliane. 
Proprio con una carrozza dorata settecentesca trainata da cavalli bianchi si apre la prima scena, in un'atmosfera da favola a cui fa da sfondo la visionaria armonia di Desplat ed un leggero venticello che soffia come se volesse portare a tutti un po' di polvere magica. 


La macchina da presa comincia a restringere il campo dal paesaggio alla strada su cui sfreccia la carrozza, fino ad introdurci in una villa dove i regali sposi scendono, tagliano un nastro bianco, aprono delle scatole da cui escono tante colombe bianche e ... una voce all'altoparlante irrompe violentemente in questa favola perfetta riportandoci ad una realtà che lascia un sorriso bieco sulle labbra, ovvero il fatto che quella villa sia divisa in settori, ognuno destinato ad una delle tante famiglie che quel giorno festeggiano i propri sposi. 
Il sogno di Luciano di entrare al Grande Fratello non è che la summa di tutte le surreali fantasticherie che il mondo della televisione ci propone quotidianamente facendocele apparire come reali, fino al punto che qualcuno comincia a crederci davvero rinunciando al lavoro, alla famiglia, agli amici e anteponendo alla vera realtà un'altra fittizia e di evasione; 



Luciano diventa sospettoso verso tutti, crede di essere spiato dai produttori del GF e messo continuamente alla prova, è tormentato dall'attesa di una chiamata che lo consacrerà al mondo dei divi, degli intoccabili, di chi ripete lo stereotipato slogan "Never give up", di chi partecipa alle serate in discoteca attaccato ad un cavo d'acciaio, ondeggiando come un fantoccio in balìa delle mani di un branco di squali assetati di notorietà e intrisi di luoghi comuni. 


Di particolare interesse è la lenta metamorfosi di Luciano che viene per lo più colta dal suo sguardo prima incuriosito, poi indagatore, poi ansioso, poi sospettoso e infine divertito mentre guarda tutto il giorno alla TV il reality che ama tanto. 
Infine Luciano arriva ad una sua piccola vittoria (o definitiva sconfitta?): riesce ad entrare di nascosto nella casa del GF, osserva a lungo i concorrenti ballare e scherzare e anche lui ride di gusto, così tanto da non permetterci di comprendere se la sua sia la risata di colui che ha deciso di lasciarsi quella realtà rarefatta alle spalle o quella di un personaggio che ha deciso di non abbandonare più ad una realtà totalmente stravolta e artefatta.
Ogni scena del film è detentrice di una saldo significato che non tende assolutamente a fare del moralismo; alcune scene sembrano essere state studiate per rimarcare ancora di più il sottile confine che separa due realtà di cui il titolo si fa carico.

Ad esempio la scena che vedete qui sopra rappresenta un punto nevralgico della vita di Luciano: egli è appena ritornato a casa dal provino e si inchina agli applausi dei suoi vicini. Tutto questo, compresa la scenografia del cortile che rimanda ad un palco scenico, porta la realtà a mescolarsi con un'enorme messa in scena, ossia quella che avviene in una commedia teatrale, in un gioco di ambiguità che determina presto in Luciano il primo passo verso lo spaesamento e la perdita d'identità. Egli, insomma, crede di fare parte già di quel mondo televisivo tanto è forte il suo desiderio di evasione da una realtà che non rispetta la perfezione trasmessa per TV.  
Altra scena caratteristica è quella dei figli che per primi chiedono al padre di fare il provino: Luciano, infatti, ha ceduto alle richieste dei bambini dapprima per gioco, poi ne è stato maniacalmente influenzato. Ciò significa che il pubblico più giovane è molto più influenzabile di un pubblico adulto, perchè non ha ancora dei parametri di giudizio. 
Garrone ci parla di una realtà influenzata a sua volta da un'altra, all'apparenza tangibile, che troppe volte ci condiziona, anche inconsciamente, e che guadagna dal nostro uso e consumo di tutto ciò che ci propone. 
Reality è il risvolto della stessa medaglia e anche se la mediocrità di Luciano ci parrà una caricatura troppo esagerata, potremo sempre pensare che questa storia non è nient'altro che una favola: come è giunta ora se ne va, la stessa musica misteriosa e suggestiva prepara lo spettatore ad abbandonare per sempre quel mondo e a lasciare il protagonista al suo personale lieto fine. 




Wednesday, September 12, 2012

Cesare deve morire


In questo docu-film dei fratelli Taviani, vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 2012, i detenuti del carcere di massima sicurezza di Rebibbia, a Roma, si cimentano in un corso teatrale interpretando una tragedia liberamente ispirata al Giulio Cesare di Shakespeare. Di primo impatto il genere sotto cui è stato classificato il film potrebbe non essere chiaro a tutti oppure potrebbe portare ad un'interpretazione sbagliata del film stesso. Infatti il genere di documentario è stato attribuito per il fatto che abbiamo una regia nella regia: la prima, quella dei fratelli Taviani, si limita a riprendere in modo estremamente naturale (da documentario appunto) i momenti in cui il regista teatrale Fabio Cavalli presenta il laboratorio ai detenuti, i loro provini, il pubblico che assiste alla prima. 
La seconda regia è quella di Cavalli che si muove con pochi mezzi per il carcere e le celle, sole e uniche scenografie di gran parte del film.


Inoltre ogni detenuto viene presentato a noi spettatori attraverso la scritta in sovrimpressione del suo nome, del reato commesso e della pena quando gli viene assegnata dal regista la parte del personaggio che interpreterà.  
Il film si apre in medias res (nel mezzo degli avvenimenti), quando Bruto prega uno dei congiurati di togliergli la vita dopo che gli altri si sono rifiutati. In seguito verrà mostrato cosa è avvenuto nei sei mesi prima attraverso il classico flashback: le prove per i corridoi del carcere, i copioni, la solidarietà e le avversioni. In tutto questo frangente la pellicola è girata in bianco e nero, gli attori sono vestiti con abiti moderni e solo i bianchi muri o le inferriate delle singole celle fanno da scenografia alle prove quotidiane. 


Il contrasto principale che si cerca di far emergere, peraltro con successo, è quello tra la realtà del carcere, di chi lo vive prima di tutto come condannato, e l'immedesimazione nei personaggi e nei luoghi dell'Antica Roma, creando così una sorta di specularità tra mondo antico e mondo moderno, con continui richiami e attualizzazioni di alcuni concetti espressi nella tragedia. Tutto ciò avviene attraverso la tecnica della rottura dell'illusione scenica: mentre Cassio recita la sua battuta "Roma, città senza vergogna!", aggiunge, come soprappensiero, un suo personale commento ("Pure tu, Napoli mia, sei diventata una città senza vergogna ...") attualizzando e cogliendo anche un aspetto pessimistico della storia, cioè la sua ripetitività, il fatto che nulla cambia mai e che le situazioni di corruzione, di delazione e di odio si ripetono ciclicamente. Infatti ecco cosa dirà per giustificarsi della sua aggiunta fuori copione: "Scusi, ma a me pare che questo Shakespeare sia vissuto tra le strade della mia città".


La rottura dell'illusione scenica è molto frequente: quando l'attore di Bruto si interrompe perchè la battuta che dovrà recitare gli ricorderà la sua vita di spacciatore, quando l'attore che interpreta Cesare accuserà di falsità l'attore di Decio sulla scia delle battute che stanno recitando, quando Bruto chiederà un po' al pubblico e un po' a se stesso "Quante volte Cesare dovrà sanguinare su scene di teatro?".


Tutte le scene che in seguito porteranno alla congiura contro Cesare sono girate nel carcere a spezzoni, come se stessimo assistendo alle singole prove di ogni scena.
La parte del film che riguarda la recita in teatro vera e propria è girata a colori e narra la guerra tra Bruto e Antonio dopo l'uccisione di Cesare; per tutto il film ogni personaggio recita nel proprio dialetto d'origine.


Una volta terminata la recita i detenuti rientrano ognuno nella propria cella scortati da una guardia carceraria. 
"é da quando ho conosciuto l'arte che 'sta cella è diventata una prigione" conclude il detenuto che ha interpretato Cassio mentre prepara il suo caffè.

Scoop








Saturday, September 1, 2012

Tutto su mia madre


Pedro Almodòvar non ha lavorato solo ad un film da premio Oscar e da Golden Globe, ha fatto molto di più, ha intessuto con maestria un intreccio di storie così saggiamente studiato da sembrare del tutto naturale e realistico. Il motore principale dell'intera vicenda è la solidarietà femminile, un'unione di sentimenti contrastanti e univoci allo stesso tempo. Sebbene i temi trattati (l'Aids, la prostituzione, l'omosessualità, l'espianto degli organi) siano sempre stati visti come un gomitolo eticamente intricato sia dalla società laica che da quella religiosa, in questo caso Almodòvar riesce a tramutarli in caratteristiche proprie di ciascun personaggio, una sorta di destino che segnerà la strada di ognuno di loro per indirizzarla verso la volontà del Fato. Fato, destino, ma niente caso: sembra che i protagonisti non siano mossi dalla casualità in tutto ciò che fanno o dicono, semplicemente vivono a pieno il loro modo di essere, vivono a pieno i loro sentimenti e li condividono con chi vive accanto a loro, creando un cerchio perfetto che porrà rimedio ai fallimenti di ognuno. 
E sotto quest'ottica non ci stupisce che il lavoro di Manuela, madre di Esteban, prefigurerà il suo destino, che il suo amore per il padre del figlio, diventato poi donna, Lola, sia condiviso con Rosa, suora laica, e ciò che unirà tutti i protagonisti saranno la morte e la nascita di un medesimo simbolo, un bambino che apparterrà a tre madri (Manuela- Cecilia Roth, Rosa- Penelope Cruz e Lola).


I personaggi non temono di svelarsi al pubblico e di raccontarsi a modo loro, nella loro semplicità, senza convenzioni sociali; ciò che dicono trascende la verità umana e ce ne fornisce una universale proprio dalla bocca di chi sembrerebbe il meno adatto a presentarla.
L'ironia e la genialità di Agrado (l'amico travestito di Lola) accentuano la caratterizzazione del mondo e della psicologia femminile: "Una è autentica quanto più somiglia all'idea che ha di se stessa".
La dolcezza e il filantropismo di Rosa generano la vita e sono simbolo di maternità , l'attrice Huma per la quale Esteban ha perso la vita, rappresenta la capacità dell'uomo di redimersi e di aprirsi alla solidarietà. E ancora Lola, simbolo dell'amore di un uomo insoddisfatto  che cerca di trovare una stabilità sentimentale avvicinandosi al sesso femminile e diventando madre di un figlio morto e di un altro appena nato, Bette Davis, protagonista di Eva contro Eva, il cui titolo originale è Tutto su Eva, da cui trae ispirazione il titolo Tutto su mia madre con riferimento allo scontro tra la dualità di una stessa figura materna (Manuela e Lola, quest'ultima madre e padre nello stesso tempo) e, infine, lo spettacolo. 


Il lirismo di alcune riflessioni esplicite sull'intento finale dell'intreccio è stato abilmente inserito attraverso parti recitate sotto forma di "metacinema", cioè della rottura dell'illusione scenica in cui il protagonista si rivolge direttamente al pubblico, per non accentuare la drammatizzazione stereotipata della vicenda alla quale il regista ha voluto anteporre ironia e ottimismo.


«A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre »

Non serve davvero null'altro se non questa chiusa del film per capire il vero significato dell'uguaglianza.

Scoop


Saturday, July 28, 2012

 Detachment


Il regista Tony Kaye è solito trattare temi difficili, come già in American History X; ora, sempre inerente al mondo giovanile, tocca a quello scolastico, analizzato e interpretato con maestria dai suoi protagonisti, alunni e insegnanti. In un'ordinaria scuola americana di periferia studenti e professori sembrano fare parte di due mondi diversi in lotta fra loro in cui gli ambasciatori della pace, i genitori, sono stati i primi a rinunciare all'educazione dei propri figli; "Sono andati i bei vecchi tempi" sospira un insegnante attendendo inutilmente i genitori nel giorno dei colloqui.  
Il film è intriso abilmente e senza retorica di problemi sociali e personali che logorano ogni personaggio in modo del tutto soggettivo: l'alunna grassa e artistica vittima di insulti, insegnanti che non coltivano il potenziale dei loro studenti e altri che credono davvero nel lavoro che svolgono senza mai sentirsi dire "grazie", genitori assenti e senza volto (si sentono infatti solo le loro voci fuori campo e le loro parole intrise di luoghi comuni), una prostituta minorenne abbandonata a se stessa e Henry Barthes (Adrien Brody), un supplente tormentato dai fantasmi del passato, dallo sguardo introverso e dal volto che, nonostante l'apparente distacco verso ciò che lo circonda, somatizza silenziosamente lo scempio che sta sconvolgendo il mondo giovanile. 


Nonostante il malessere interiore Henry non è un personaggio piatto e romantico, chiuso nella sua disperazione, ma utilizza la sua sicurezza professionale e la speranza che nutre nei giovani come una sorta di distacco, di non coinvolgimento emotivo, come quando decide di affidare la giovane ragazza salvata dalla strada ad una comunità: "Devi crescere" è la sua giustificazione.
Nel film Tony Kaye riesce ad affinare il concetto di distacco portandolo a più livelli: il distacco dalla vita, dalla famiglia e dagli affetti, dall'ipocrisia, dal senso di abbandono...
Attraverso i dialoghi e le particolare inquadrature ad personam iniziali il regista coglie abilmente il fulcro dei problemi dell'odierna gioventù e la solitudine in cui si trovano spesse volte gli insegnanti costretti a combattere contro una società che soffoca le iniziative di chi è ancora capace di sognare. D'altro canto anche il montaggio concitato e ben studiato va al passo col flusso di coscienza e col caos che attanaglia le menti dei protagonisti.
Alla fine del suo breve mandato Henry riesce a cogliere un barlume di speranza nel cambiamento dei suoi allievi, tuttavia rimane consapevole del fatto che avrà un ruolo di spettatore impotente davanti al disfacimento di una società che non crede più nel potenziale dei giovani. 


L'ultima dolente   metafora con cui si conclude il film è un omaggio alla letteratura di E. A. Poe e al suo racconto Il crollo della casa Usher, in cui lo stato di abbandono e desolazione della facciata della vecchia casa non è altro che "la condizione del cuore", come dice lo stesso Henry ai suoi allievi che, nella scena finale, svaniscono lasciando il posto alle macerie.

Non è certo la prima volta che viene trattato il tema dell'educazione scolastica e dei ragazzi che sempre più "si sentono delle ombre insignificanti private di qualsiasi speranza" che devono essere educati a non gettare mai la spugna; prima di Kaye c'è stato, infatti, L'attimo fuggente di Peter Weir e gli elementi comuni sono molteplici: un professore capace di cogliere l'essenza dei suoi alunni, il suicidio, un passato difficile, i genitori, questa volta, troppo opprimenti... si passa, insomma, da un eccesso di severità nella società perbenista degli anni '60 all'indifferenza odierna. 
Tuttavia si avverte il cambiamento avvenuto in questi ultimi cinquant'anni: le trasgressioni e i problemi sono diversi da quelli delle vecchie generazioni eppure, in entrambi i momenti storici, si sottolinea l'irrequietezza dei giovani alla ricerca di qualcosa di diverso per cui valga la pena lottare.
Nel film di Weir, tuttavia, la figura del professore (Robin Williams) sembra perfetta ed estremamente idealizzata, proprio per rimarcare l'eccezionalità della sua fede didattica controcorrente.
Al contrario Kaye delinea un professore disilluso, stanco e provato, cosciente di non poter operare una vera rivoluzione e portatore di un messaggio provocatorio e pessimista senza patinature nè troppo drammatiche, nè troppo filmiche, ma realistiche, dove un giorno è positivo e altri cinque no, come nella vita quotidiana: questo è il vero contributo di Kaye al cinema di formazione. 
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