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Siate registi per l'Italia insieme a Gabriele Salvatores!
"è assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla TV"Woody Allen
Il cinema non è un mestiere. È un'arte. Non significa lavoro di gruppo. Si è sempre soli; sul set così come prima la pagina bianca. E per Bergman, essere solo significa porsi delle domande. E fare film significa risponder loro. Niente potrebbe essere più classicamente romantico.Jean-Luc Godard
Ecco che in quest'occasione affiorano nei sogni tutti quei pensieri che in stato di veglia verrebbero censurati, secondo Feud, perchè insopportabili per la parte razionale dell'uomo; tuttavia spesse volte la censura non riesce a camuffare le irrazionalità umane e perciò il sogno diventa incubo. Infatti nel film l'ambiente esterno in cui agiscono i personaggi riflette il loro stato interiore di paura ed incertezza.
Precursore dei temi più tipicamente fantascientifci (anche qui figurano mostri precursori di Alien), alcuni hanno individuato in Eraserhead una nota di surrealismo per la facilità con cui sogno e realtà si mescolano divenendo un tutt'uno; i cult movie horror della storia del cinema contemporaneo partono dal bianco e nero di Lynch.
Adam attraversa tre fasi, quasi catartiche, che lo aiuteranno a capire che anche da esperienze negative si può trarre insegnamento per migliorare la propria vita.
Nella seconda fase Adam non vuole sentirsi diverso dagli altri, piuttosto una normalissima persona che desidera continuare a lavorare come giornalista, continuando a vivere lontano dai genitori e accanto ad una ragazza che ha paura della sua malattia. Eppure si sente diverso da com'era prima, persino la giovane e inesperta psicologa che lo supporta non sa come comportarsi, si mostra impacciata e poco spontanea intrisa com'è di tutta l'inutile teoria imparata nel corso dei suoi studi. Non avendo ancora accettato la sua malattia (si rade i capelli per non vederli cadere a seguito della chemio), Adam rimane impassibile di fronte ad una vita a cui manca qualcosa, forse gli affetti.
Adam capisce che è inutile isolarsi e consumarsi nel dolore, ma che è necessario stare con chi si ama.
In questo modo egli vive attraverso di loro quei sentimenti a cui lui mai si espone, ne studia l'irrazionalità non riuscendo a capacitarsi di come molte coppie si lascino nonostante avessero provato amore: per Michele ciò è inspiegabile proprio perchè non comprende la relatività delle situazioni e dei sentimenti, pensa a loro piuttosto come ad un assoluto senza mezzi termini, senza ma nè forse. Un amore deve nascere rimanere immutato nel tempo, deve essere un concetto a sè e non piuttosto un'idea che va modificando di pari passo a cambiamenti umani, come la lontananza o il fatto di non andare più d'accordo. Se c'è amore, pensa Michele, ci deve essere per sempre e forse c'è sempre stato, ancora prima di nascere, ancora prima che le persone interessate ne venissero a conoscenza: un amore assoluto.
Entrambi sono ambientati all’interno di
un piccolo nucleo, quello famigliare, che riduce il campo d’azione dei
protagonisti ad un unico luogo scenico, ovvero la casa famigliare; questa
chiusura verso l’esterno contribuisce a rendere i personaggi più introversi,
meno propensi a svelare i loro sentimenti e le loro vere personalità e,
soprattutto, a creare un mondo personale fuori dal tempo e da qualunque
contesto sociale. In effetti i personaggi vengono svuotati delle loro
interazioni sociali per dare unico spazio ai loro drammi esistenziali, così da
rendere complicata e inaccessibile l’interpretazione delle loro vite, che
rimane un fatto prettamente soggettivo, proprio di un personaggio che vive a
tutti gli effetti e che è l’unico a conoscere se stesso.
Forse per
il tragico finale, Un tram che si chiama
desiderio lascia con l’amaro in bocca, con una sorta di empatia nei
confronti della protagonista e della sua fragilità spezzata, con la
consapevolezza che è stata una vittima dell’ingiustizia, emarginata da quel
mondo e da quella vita che, a modo suo, ancora amava e a cui non si è mai
ribellata, in quanto è riuscita plasmarla a sua immagine e somiglianza, a
creare un mondo tutto suo in cui lei era la sola protagonista. In effetti anche
ne La gatta sul tetto che scotta la
protagonista è vittima delle accuse del marito, è un’emarginata e
un’incompresa, pur tuttavia riesce a fare valere i suoi diritti e le sue
ragioni, riuscendo a riconquistare la felicità perduta.
Tuttavia, come avviene nelle riunioni docenti del film, l'interesse di questi verso i problemi d'apprendimento degli allievi è ben poco: si parla piuttosto della riparazione della macchinetta del caffè e di eventuali ricorsi disciplinari. Da questo quadro emerge il vero lato diseducativo della scuola che non fa nulla per eliminare dislivelli culturali e sociali, ma mira a livellare le differenze individuali; interviene solo a stanare atti violenti da parte dei ragazzi, come se contassero solo quelli, senza dare peso ed elogiareciò che di positivo riescono a fare.
Il regista mette il pubblico di fronte ad una realtà in cui non riesce ad identificarsi nè stando "dalla parte" del professore nè da quella degli studenti; entrambi mostrano di avere torto e ragione allo stesso tempo, ora l'uno ora l'altro, senza giungere ad una soluzione che possa unirli in nome della vera educazione per mancanza di una vera comunicazione da parte di entrambi. Ci troviamo, perciò, spiazzati dall'incomunicailità e da come la scuola non compia il suo dovere a pieno, concentrandosi più sulla cultura massificata, piuttosto che sul potenziale soggettivo da sviluppare.