"è assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla TV"
Woody Allen

Il cinema non è un mestiere. È un'arte. Non significa lavoro di gruppo. Si è sempre soli; sul set così come prima la pagina bianca. E per Bergman, essere solo significa porsi delle domande. E fare film significa risponder loro. Niente potrebbe essere più classicamente romantico.
Jean-Luc Godard

Saturday, July 28, 2012

 Detachment


Il regista Tony Kaye è solito trattare temi difficili, come già in American History X; ora, sempre inerente al mondo giovanile, tocca a quello scolastico, analizzato e interpretato con maestria dai suoi protagonisti, alunni e insegnanti. In un'ordinaria scuola americana di periferia studenti e professori sembrano fare parte di due mondi diversi in lotta fra loro in cui gli ambasciatori della pace, i genitori, sono stati i primi a rinunciare all'educazione dei propri figli; "Sono andati i bei vecchi tempi" sospira un insegnante attendendo inutilmente i genitori nel giorno dei colloqui.  
Il film è intriso abilmente e senza retorica di problemi sociali e personali che logorano ogni personaggio in modo del tutto soggettivo: l'alunna grassa e artistica vittima di insulti, insegnanti che non coltivano il potenziale dei loro studenti e altri che credono davvero nel lavoro che svolgono senza mai sentirsi dire "grazie", genitori assenti e senza volto (si sentono infatti solo le loro voci fuori campo e le loro parole intrise di luoghi comuni), una prostituta minorenne abbandonata a se stessa e Henry Barthes (Adrien Brody), un supplente tormentato dai fantasmi del passato, dallo sguardo introverso e dal volto che, nonostante l'apparente distacco verso ciò che lo circonda, somatizza silenziosamente lo scempio che sta sconvolgendo il mondo giovanile. 


Nonostante il malessere interiore Henry non è un personaggio piatto e romantico, chiuso nella sua disperazione, ma utilizza la sua sicurezza professionale e la speranza che nutre nei giovani come una sorta di distacco, di non coinvolgimento emotivo, come quando decide di affidare la giovane ragazza salvata dalla strada ad una comunità: "Devi crescere" è la sua giustificazione.
Nel film Tony Kaye riesce ad affinare il concetto di distacco portandolo a più livelli: il distacco dalla vita, dalla famiglia e dagli affetti, dall'ipocrisia, dal senso di abbandono...
Attraverso i dialoghi e le particolare inquadrature ad personam iniziali il regista coglie abilmente il fulcro dei problemi dell'odierna gioventù e la solitudine in cui si trovano spesse volte gli insegnanti costretti a combattere contro una società che soffoca le iniziative di chi è ancora capace di sognare. D'altro canto anche il montaggio concitato e ben studiato va al passo col flusso di coscienza e col caos che attanaglia le menti dei protagonisti.
Alla fine del suo breve mandato Henry riesce a cogliere un barlume di speranza nel cambiamento dei suoi allievi, tuttavia rimane consapevole del fatto che avrà un ruolo di spettatore impotente davanti al disfacimento di una società che non crede più nel potenziale dei giovani. 


L'ultima dolente   metafora con cui si conclude il film è un omaggio alla letteratura di E. A. Poe e al suo racconto Il crollo della casa Usher, in cui lo stato di abbandono e desolazione della facciata della vecchia casa non è altro che "la condizione del cuore", come dice lo stesso Henry ai suoi allievi che, nella scena finale, svaniscono lasciando il posto alle macerie.

Non è certo la prima volta che viene trattato il tema dell'educazione scolastica e dei ragazzi che sempre più "si sentono delle ombre insignificanti private di qualsiasi speranza" che devono essere educati a non gettare mai la spugna; prima di Kaye c'è stato, infatti, L'attimo fuggente di Peter Weir e gli elementi comuni sono molteplici: un professore capace di cogliere l'essenza dei suoi alunni, il suicidio, un passato difficile, i genitori, questa volta, troppo opprimenti... si passa, insomma, da un eccesso di severità nella società perbenista degli anni '60 all'indifferenza odierna. 
Tuttavia si avverte il cambiamento avvenuto in questi ultimi cinquant'anni: le trasgressioni e i problemi sono diversi da quelli delle vecchie generazioni eppure, in entrambi i momenti storici, si sottolinea l'irrequietezza dei giovani alla ricerca di qualcosa di diverso per cui valga la pena lottare.
Nel film di Weir, tuttavia, la figura del professore (Robin Williams) sembra perfetta ed estremamente idealizzata, proprio per rimarcare l'eccezionalità della sua fede didattica controcorrente.
Al contrario Kaye delinea un professore disilluso, stanco e provato, cosciente di non poter operare una vera rivoluzione e portatore di un messaggio provocatorio e pessimista senza patinature nè troppo drammatiche, nè troppo filmiche, ma realistiche, dove un giorno è positivo e altri cinque no, come nella vita quotidiana: questo è il vero contributo di Kaye al cinema di formazione. 
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Friday, July 20, 2012

Il film: The way back


Film del 2010 uscito nelle sale italiane solo in questo periodo. Direttamente dal genio poliedrico di Peter Weir un film storico animato dalla coralità dei sentimenti dei protagonisti in un viaggio da un gulag in Siberia, dove sopravvivere è una forma di protesta e vivere è una punizione, fino ai margini della libertà in India. Tratto da una storia vera:sei prigionieri, condannati ai lavori nel campo, colgono l'occasione per fuggire e cominciare un cammino di speranza e di nuova vita riassaporando la natura, gli affetti, i sentimenti e l'umanità che la guerra, la fame e la morte avevano soffocato in loro, disumanizzandoli. Sebbene le musiche siano scarse le scene forniscono un ritratto efficace della condizione di vita nei gulag, del freddo e degli stenti, del lavoro in miniera, della pressione psicofisica a cui i condannati erano sottoposti (Janusz ha un'allucinazione in maniera: la mensola di casa sua su cui è poggiata una pietra sotto la quale si cela la chiave per aprire la porta. Questo è l'elemento-chiave e il nodo cruciale attorno al quale si svolge e si risolve il conflitto d'affetti tra lui e la moglie che, sotto tortura, l'aveva denunciato come nemico del Partito). 


Janusz (Jim Sturgess) vuole ritornare a casa per perdonare la moglie e fino alla fine della guerra deciderà di andare avanti nonostante tutto, Valka (Colin Farrell) è un fuorilegge che non sa cosa farsene della libertà e perciò al confine con la Mongolia deciderà di proseguire per conto proprio, Mr. Smith (Ed Harris) è un vecchio all'apparenza burbero che rimprovera Janusz di essere troppo gentile con gli altri prigionieri ("La gentilezza ti uccide qui"), Irena è l'unica ragazza del gruppo e proprio grazie alla sua radiosità i quattro uomini del gruppo rimasti ritroveranno le radici della loro umanità che il freddo della Siberia sembrava avere congelato in loro. I protagonisti sono distanti ed uniti tra loro allo stesso tempo: ognuno segue i propri ritmi, le proprie emozioni, sebbene lavorino insieme per la sopravvivenza, come un branco. Il processo di ri-umanizzazione è lento e ostacolato da una natura matrigna che tra il freddo della Siberia e il deserto del Golbi uccide uno ad uno i più deboli, come una selezione naturale. 
Peter Weir dipinge paesaggi desolati senza l'ausilio di riprese particolari, nè di musica, ma attraverso la perfetta recitazione dei personaggi e la loro stanchezza nel ricercare non solo la sopravvivenza, ma il proprio spirito di uomini, che non degenera mai in avvilimento, probabilmente perchè il desiderio di vita trionfa sempre su quello di morte. 
Le ultime scene mantengono fede alla promessa fatta da Janusz: andare avanti e imprimere i propri passi sulla storia per giungere alla porta, alla pietra, alla chiave e di nuovo alle emozioni che dominavano la pace prima della guerra.

The Truman Show- Truman verso la libertà
Con The Truman Show Peter Weir propone un protagonista cresciuto in un mondo artificiale e falso, creato esclusivamente dagli uomini; con The way back mette in scena l'uomo nel suo ambiente primordiale, come per paragonare due forme di lotta diverse e due ricerche di libertà opposte, quella contro l'opprimente società e quella contro l'opprimente natura. 


Scoop





Monday, July 16, 2012

Cannes!
Rieccomi dopo un viaggio in costa Azzurra! Spiaggia, sole, tanto mare e qualche nota di cinema visitando Cannes. Come tutti sapete Cannes è famosa per il Festival del cinema che quest'anno si è tenuto dal 16 al 27 maggio e che ha visto vincitore della Palma d'Oro il film "L'amore" di Michael Haneke. 



Devo dire che dopo due mesi dalla fine del festival non si respira più aria di magia cinematografica: il famoso tappeto rosso che da sempre ha accolto centinaia di star ora è tutto impolverato e il palazzo dei festival e dei congressi è transennato e abbandonato. 



Un paesaggio un po' triste ravvivato, tuttavia, dalla Croisette, la famosa passeggiata del lungomare, e dal Viale delle Stelle in cui si trovano i calchi delle impronte delle mani degli attori che sono stati ospiti del festival.

Meryl Streep
                          
Nicolas Cage


Silvester Stallone



Jodie Foster
Julie Andrews
Angelina Jolie

Forse ciò che dà un po' di carattere in più a questa città di mare sono i murales sparsi per la città e in luoghi impensabili che mi hanno costretto a vagare ore e ore sotto il sole con in mano una provvidenziale cartina di Cannes!

Buster Keaton

Alain Delone & Co.
Marilyn Monroe


                                        

Charlie Chaplin

Vari personaggi

I baci più famosi

I baci più famosi
Quest'anno, causa studio, non ho potuto visitare Cannes nel periodo del festival, ma il prossimo anno vedrò di non mancare.
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Friday, July 6, 2012

Un po' di corto: Il grande forse
Ecco un corto di cui mi sono innamorata a prima vista.
Il regista è Marco Tullio Barboni e il protagonista è interpretato da Philippe Leroy (noto per aver partecipato ad alcune serie televisive italiane e allo sceneggiato Sandokan). Musica e ambientazione definiscono l'atmosfera di incertezza e ambiguità nei confronti del tema trattato e dello strano figuro che attende seduto davanti all'ingresso di un locale: la Morte. I vecchi clichè di una Morte dall'aspetto nobile, etereo, supremo e umanamente irraggiungibile sono superati da un nuovo tipo di raffigurazione che lascia spazio al dubbio e all'incapacità di distinzione dal resto degli invitati alla festa in maschera di Halloween. Ed è proprio del suo aspetto credibile che la Morte comincia a discutere con il signore anziano, il quale è in compagnia del cane Merlino (l'unico, peraltro, capace di percepire, con netto anticipo rispetto al padrone, l'identità dello sconosciuto): tutti si aspettano una Morte riconoscibile per eleganza e raffinatezza, quasi per uscire dalla scena della propria vita con dignità, eppure essa si confonde con gli astanti, fuma, parla con accento romano, dice parolacce e ha un volto umano e visibile. Questa Morte "diversa" dalle solite raffigurazione critica, in particolare, l'immagine che le viene attribuita ne Il settimo sigillo da Ingmar Bergman, in cui appare come stereotipata nella solita forma raffinata, credibile, intenta a giocare una partita a scacchi con il cavaliere; eppure, ciò che accomuna entrambe, è un dubbio, un grande forse. Proprio come il cavaliere Antonius Block di Il settimo sigillo anche Leroy si interroga sul senso della morte, su chi sia davvero la figura seduta accanto a lui, se sia necessaria la morte, se almeno lei sa la verità; la Morte conosce benissimo il suo lavoro, ma non ne comprende l'arcano, ignora, come gli esseri umani, se Dio esista davvero, se egli sia il mandante della Vita e della Morte stessa. "Io voglio delle certezze, non voglio avere fede nella fede di qualcuno" dichiara Antonius Block. (http://www.youtube.com/watch?v=QIjfLs3B-l4&feature=related)
"Non lo sa la Morte, non lo sa il cavaliere, non lo sa nessuno. Forse. Forse, è tutto un grande forse" commenta infine la Morte, prima di salire su un'ambulanza su cui verrà caricata la sua ultima vittima. (http://www.youtube.com/watch?v=Yz9Q7YbZJC0)


Eppure ... 
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Tuesday, July 3, 2012

Il film: Sherlock Holmes


Lo ammetto, all'inizio ero scettica: acrobazie, incontri di box, umorismo, niente pipa e berretto, volti troppo giovani e sguardi tutt'altro che rassicuranti. Questi sono Sherlock e John di Guy Ritchie, personaggi rivoluzionari che sembrano negare tutto quello che è stato rappresentato nelle produzioni televisive e cinematografiche precedenti a partire da due attori storici, Basil Rathbone e Nigel Bruce, che hanno impresso fino ad oggi l'immaginario consueto rispettivamente di Holmes e Watson. 

Sherlock Holmes e John Watson negli anni '40

   

Sherlock Holmes e John Watson nel 2009-2011

























A prima vista sembrerebbe che Ritchie si sia inventato tutto proprio per andare contro corrente, per creare dei personaggi molto soggettivi e completamente distanti dalla vera immagine che Doyle voleva dare ai suoi due eroi. Tuttavia, leggendo alcuni testi originali e ascoltando le dichiarazioni di regista e attori, ho capito che in questi recentissimi film si è stati fedeli al principio più di quanto potessi immaginare.
Sherlock Holmes, interpretato da Robert Downey Jr., era conoscitore delle arti marziali come il baritsu, praticava la box e padroneggiava l'arte della scherma con bastone; è un ottimo conoscitore della chimica e della botanica (basti ricordare una delle sequenze finali in cui ripercorre la tecnica e gli esperimenti fatti per creare la bomba di Blackwood nel primo film) e sa suonare il violino (come si vede in alcune scene nella sua stanza in Baker Street). Egli, nonostante il suo aspetto un po' burbero e altezzoso che traspare anche nei libri, è un buon osservatore che non tralascia nessun indizio, alla ricerca di qualcosa che solo lui riesce a carpire; di conseguenza deve per forza rimanere vigile e attivo sia mentalmente che fisicamente. Nel film, infatti, sembra che movimento fisico nella lotta a corpo libero e logica d'attacco e di difesa siano inscindibili, proprio per sottolineare la dualità di Holmes e la sua filosofia di vita, ben resa dallo stesso Downey che dimostra, come già in Iron Man, una fisicità pertinente all'idea che il regista ci vuole dare dell'eccentrico protagonista. Anche nei libri Sherlock Holmes si presenta come un uomo sagace, permaloso, presuntuoso, ironico e sportivo proprio come lo incarna l'attore anche se, per ragioni stilistiche cinematografiche, un semplice salto fuori della finestra di Holmes in uno dei racconti de Il vampiro del Sussex può diventare un epico tuffo nel Tamigi nel primo film o un piccola lotta con il nemico un tumultuoso scontro di dieci minuti contro Moriarty, come nel secondo film. 



Leggendo alcuni racconti ho notato la sagacia e l'azione che accomunano personaggio letterario e cinematografico: Holmes, nonostante i falsi clichè attribuitigli dalla tradizione, è un uomo d'avventura che raramente fa deduzioni sulla sua poltrona! Inoltre la descrizione di Doyle non contempla la classica immagine che abbiamo di Holmes con pipa e cappello da cacciatore (probabilmente questa rappresentazione deriva dai primi disegni pubblicati sullo Strand Magazine che accompagnavano il racconto a puntate) e la celeberrima frase "Elementare Watson" non viene mai pronunciata. 

Il dottore John Watson, come lo stesso Jude Law afferma, nei testi originali è un uomo sulla trentina, piacente (e questo si deduce più negli ultimi libri piuttosto che nei primi), appena tornato dal servizio militare e quindi diviso tra il desiderio di stabilità attraverso il matrimonio con Mary e la volontà di ritornare ad essere una vecchia gloria di guerra attraverso l'azione con il suo partner: Jude Law incarna benissimo la doppiezza del personaggio perchè sembra essere sempre in disaccordo con le azioni provocatorie ed esuberanti di Holmes e quindi, con la sua pacatezza, compensa gli eccessi del suo compagno.  Tuttavia segue sempre Sherlock nelle sue avventure, quasi come se fossero in simbiosi e non potessero fare a meno l'uno dell'altro, come se tra loro ci fosse una chimica perfetta di amore e di amore mascherato sotto un velo di odio fraterno.

Holmes non ha legami affettivi con le donne: come nel film egli è attratto dalla bella Adler (Rachel McAdams), ma tenta di non cedere alle avance fuorvianti di lei, che potrebbero mettere fuori gioco la sua mente razionale.  


Che dire dell'antagonista per eccellenza, Moriarty? Il gran successo del secondo film, Sherlock Holmes - Game of shadows, è dovuto alla capacità di Guy Ritchie di adattare questo personaggio alle capacità intellettive e fisiche di Holmes, così da farne un degno avversario freddo e calcolatore, apparentemente estraneo ai complotti internazionali: "una mente geniale andata a male", come viene definito dallo stesso regista. 



La partita degli scacchi esemplifica questo gioco feroce, dalla cortesia apparente e tagliante, che si sviluppa a partire dal primo incontro all'università fino allo scontro finale presso le cascate di Reichenbach ripreso dal libro che avrebbe messo fine, secondo i progetti di Doyle, all'eroe vittoriano (in realtà lo scrittore fu costretto a resuscitare Sherlock Holmes su grande richiesta del pubblico).

Il ritmo dei due film è incalzante, sempre nuovo, intelligente, con un uso sapiente degli effetti speciali, soprattutto della Holmes vision per le scene di combattimento, che conferisce spettacolarità al lavoro e carattere ai protagonisti. 
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Monday, July 2, 2012

Il film: The Artist


Anni '20. Il passaggio dal muto al sonoro, passo fondamentale del cinema di come lo conosciamo oggi. Come tutte le innovazioni avanguardiste anche il sonoro fece difficoltà ad affermarsi e il suo debutto fu ritardato fino al 1927, quando uscì Il cantante di jazz di Alan Crosland. Nonostante la sfiducia manifestata inizialmente dalle case produttrici americane verso questa nuova tecnologia, la Warner fu la prima ad investire nel sonoro come unica speranza di non cadere in rovina e il successo di pubblico non si fece attendere, determinando così la svolta per la nascita del nuovo cinema e dei nuovi artisti che ne avrebbero fatto parte.

Il protagonista è George Valentin, attore orgoglioso, egoista ed egocentrico, come lo definisce lo stesso regista Michel Hazanavicius, che vive dei suoi film hollywoodiani stereotipati. Non accetterà mai di convertirsi al sonoro ("Non parlerò" urla George nella scena iniziale quando viene torturato oppure quando in un incubo sogna di sentire i suoni; in effetti raramente lo vediamo parlare, di solito sorride, assume un mimica gestuale ironica). Peppy Miller è la nuova stella nascente, rappresenta la nuova guardia di attori che, storicamente, furono ingaggiati perchè sostituissero quelli vecchi. Peppy parla in continuazione ed è ciò che il nuovo pubblico desidera: "Largo ai giovani" afferma mestamente George una volta riconosciuto il suo fallimento dopo il flop dell'ultimo film uscito in concomitanza con Il neo della bellezza di Peppy. 



Il regista ha studiato il cinema degli anni '20, la luce utilizzata in quegli anni (quella ad esempio di Murnau, il regista di Nosferatu il vampiro), i costumi, la mimica tipica degli attori dei film muti, la musica, ispirandosi a George Gershwin e a Cole Porter; tuttavia ha preso ispirazione dal cinema muto di ultima produzione, quello romantico di Josef von Sternberg, e non da quello di Chaplin. "Il confronto era quello con Chaplin." commenta Hazanavicius: "Tutti ci aspetteranno al varco , perchè nessuno conosce veramente il muto. Io volevo il contrario di un piccolo buonuomo che, come dire, poteva fare compassione all'inizio; non volevo la storia di un uomo debole". 
Il muto nasce soprattutto ad opera di Chaplin e Keaton, i quali si specializzano soprattutto nel  genere comico, una comicità, e un cinema in generale che, tuttavia, rispecchia i problemi della società degli anni '20 e '30: l'industrializzazione e il lavoro alienante in Tempi Moderni o la corsa all'oro in La febbre dell'oro, tema abbastanza recente per gli anni '20. 



Chaplin non rappresenta in Tempi Moderni, ad esempio, un uomo debole solo perchè è vestito buffamente (anche il suo vestiario ha un significato ben preciso), è ingenuo e nella sua semplicità e con i suoi buoni sentimenti riesce a recuperare quei vecchi valori che lo estraniano dal mondo alienato. I suoi gesti possono sembrare fuori luogo in una società così all'avanguardia, così inquadrata nel ciclo produttivo: sembra quasi che Chaplin incarni il personaggio pirandelliano di Quaderni di Serafino Gubbio operatore in cui il protagonista si accorge di essere diventato insensibile alle emozioni umane e di essere un tutt'uno con la sua macchina da presa cercando, con difficoltà, di liberarsi di questo nefasto destino
Questo è un tema tutt'ora attualissimo in cui il cinema muto si è cimentato per primo. 
Direi che il cinema muto aveva una precisa valenza sociale nel contesto temporale in cui si è sviluppato: aveva ragione di esistere.



In questo caso più recente, cioè in The Artist, vi sono tutti gli elementi formali, perfettamente integrati tra di loro, volti a costituire un'ambientazione conforme a quella di un vero film muto. Gli attori sembrano davvero nati in quell'epoca, si muovono come se fossero star degli anni '20 (anche grazie alla tipica accelerazione dei movimenti): insomma, sono davvero bravissimi. Ciò che non coincide con lo spirito di un vero film muto è il senso del muto in sè che lo stesso Hazanavicius deve giustificare: perchè è necessario raccontare una trama attraverso il muto e non con il sonoro? Proprio da questa domanda che gli rivolgevano in molti il regista ha deciso di trattare tale nodo cruciale della storia del cinema.
Il vero cinema muto, quello ad esempio di Chaplin, era impiantato, come già detto, in un preciso contesto sociale, trattava di problemi "veri", mentre The Artist dà l'impressione di essere un film romantico fine a se stesso; non tratta nemmeno di un tempo che potrebbe essere trasferito nei veri anni '20, dato che all'epoca il cinema non era muto, era cinema e basta, perchè non si conosceva ancora il sonoro. 
In effetti come si sarebbe potuto rifare un film muto e in bianco e nero trattando temi d'attualità e nel contempo, per restargli fedele, proporre un abbigliamento e uno scenario tipici degli anni '20? Non avrebbe avuto nessun senso, perciò il regista ha prediletto la cornice  al contenuto, tralasciando le motivazioni per cui venivano girati i veri film muti. 
Mi chiedo se con The Artist non ci sia stata una ripresa esclusiva delle formalità del vecchio cinema svuotato del suo vero contenuto e del contesto in cui era giusto che prendesse forma: in pratica i tempi sono cambiati, le esigenze sono mutate e The Artist non ha dimostrato di essere efficace come i vecchi film degli anni '20, (la stessa storia potrebbe essere raccontata in un normale film sonoro e a colori) ma di essere solo un prodotto artisticamente e formalmente perfetto. 
Credo che il successo sia dovuto più che altro all'impresa titanica di riproporre un film stilisticamente perfetto e affascinante in ogni suo aspetto, totalmente diverso da quelli in circolazione, ma di certo non il migliore: fa effetto riassaporare la magia favolistica del passato, è come assistere ad un pezzo di storia!

P.S. 


  1. Il tema dell'artista decaduto non è nuovo e riprende la traballante carriera di Bette Davis, susseguita da momenti promettenti e periodi di silenzio artistico.
  2. Il ballo finale rimanda a Fred Astaire e Ginger Rogers (http://www.youtube.com/watch?v=mxPgplMujzQ)
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